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5 risposte a “Blog”

  1. Caro Piero, davvero ti ringrazio di avere aperto questo sito. Non meravigliarti che relativamente poche sembrino le risposte che ha innescato. Il fatto è che si tratta di una problematica di enorme intensità, anche – se non soprattutto – dal punto di vista del coinvolgimento emotivo-personale. Solo dire due parole in merito implica una profonda riconsiderazione delle proprie convinzioni – il che può risultare a volte persino doloroso. Per non parlare poi di tutto il ventaglio di approcci da cui è possibile incominciare, con in più il dovere di essere brevi per non annoiare troppo! Eccoti allora, senza ulteriori preamboli, alcune considerazioni che ho pensato.
    Come sai, la filosofia è un mio interesse preponderante. Rivedendone le posizioni man mano sviluppate nel tempo, sempre di più rimango colpito dalla forza profetica dei grandi pensatori – la loro capacità di vedere in anticipo sul proprio tempo. Ma in questo momento, paradossalmente, non penso tanto a quelli più vicini a noi, nel novecento. Sarebbe facile citare Heidegger, le cui critiche apocalittiche alla tecno-scienza sono state ormai metabolizzate in tutte le salse. Penso invece ai fautori di una visione ormai considerata sì di valore storico, ma definitivamente tramontata in quanto frutto di un estremo tentativo di affermazione umanistica in una civiltà avviata al dominio della scienza e della tecnica. Si tratta dell’idealismo, che, nella compiuta formulazione di Hegel, interpreta l’intero processo della realtà come risultato del cammino di una coscienza assoluta verso la completa conoscenza di sé: l’autocoscienza, appunto. Lo strumento, o, meglio, il luogo in cui avviene questa autocoscienza, sarebbe la filosofia. Ora: mettiamo al posto di “filosofia”, la parola “scienza”: abbiamo o no una descrizione calzante di quanto sta avvenendo adesso? Non siamo ancora all’autocoscienza assoluta, ma ci stiamo arrivando: le avvisaglie sarebbero proprio le reti di informazione che ci globalizzano e producono un indubbio condizionamento, il cui carattere estremamente complesso sta nel fatto che sembrano sempre più sfuggire a qualsiasi controllo individuale, come animate da una logica propria, davvero super-individuale. Dietro questa punta di diamante dell’intelligenza universale, incalza la scienza in tutte le sue dimensioni: capire la realtà significa in ogni suo aspetto afferrarne la logica come intrinsecamente nostra, cioè razionale, universale, ripetibile. Anche le ipotesi apparentemente più azzardate o sconvolgenti, più che rivelare, sembrano creare: se ci sono altri universi, ci sono perché la nostra logica ha voglia di estendersi a loro… Ovunque, non fa che trovare il proprio specchio, riflettere se stessa anche sotto il velo di così tante metamorfosi. C’è, a questo punto, da meravigliarsi delle utopie “post-umanistiche” che incominciano ad affiorare qua e là? Ma, per l’appunto, l’avevano già detto certi filosofi hegeliani (tipo Feuerbach): il vero Dio è l’uomo – o meglio la ragione dell’uomo. Per la prima volta, dalla teoria si incomincia a passare alla pratica: quelli che erano ritenuti limiti invalicabili – c’è chi fisicamente incomincia ad attaccarli: il muro della morte, il muro della durata nel tempo… E così siamo arrivati alla parola Dio…
    C’è un libro che contiene come nel nocciolo tutto questo, e in certo senso – senza avallarlo – quasi lo giustifica. È la Bibbia (come lei, certamente, gli altri grandi libri sacri dell’umanità; ma purtroppo non ne possiedo sufficiente conoscenza). Lasciamo per il momento da parte i capolavori letterari dei Vangeli (per trattarli, bisognerebbe sempre partire dalla loro profondità psicologica) e teniamoci ai poveri Adamo ed Eva, al Peccato Originale. Questa storia, fra l’altro, ha di grandioso che, delicatamente, non pesta i piedi a nessuno – ad es., alla teoria dell’evoluzione, con cui può convivere benissimo. Essa ci dice che l’essere umano è nato quando, per la prima volta, ha incominciato a pensare Dio – il che, rovesciando i termini, significa che Dio ha fatto nascere la persona umana. La persona umana risulta per questo inscindibilmente legata a Dio. E viceversa. In tutto questo, il peccato originale, la caduta, ha un valore supremamente simbolico: nel momento in cui comincio a pensare Dio, penso anche la mia creaturalità, cioè il fatto che non sono creatore di me, che, al contrario sono dipendente – un essere fragile, finito, bisognoso. In una parola, una creatura, meravigliosamente contraddittoria, perché, finita com’è, riesce a pensare l’impensabile, cioè l’infinito, ma da questo livello che l’innalza in modo supremo, in quanto finita può continuamente cadere. E con questo, sono definiti i limiti che non deve mai dimenticare. In effetti, nell’ottica religiosa dell’Antico Testamento il peccato è un tentativo di forzare i limiti creaturali – non seduce Adamo ed Eva, il Tentatore, dicendogli che mangiando del frutto proibito, saranno come dèi? E per tutto il Libro non facciamo che incontrare folli che si presentavano come dèi – i grandi capi politici, re, imperatori, faraoni, che non avevano certo a disposizione la nostra scienza, ma un potere talmente impensabile per noi sui loro sudditi, da apparire davvero quasi divino – a dimostrazione che l’ignoranza dei limiti è una tendenza inscritta nella persona umana, in quanto creatura. Essere come Dio: do a questa espressione un ampio spettro di significati, che hanno al loro culmine il tentativo di mettersi al suo posto, ma comprendono anche la semplice utilizzazione di Dio come strumento di potere, maschera di ideologie, copertura delle più varie ambizioni. Pensiero di Dio, della propria creaturalità e dei limiti che vi sono connessi: questa, secondo me, è in sostanza la costellazione che costituisce la trascendenza. Ora, per modo di dire, la scienza è compresa nella trascendenza, NON la ricomprende. Ne costituisce uno strumento operativo (allevia la sofferenza della creatura; invita a cogliere la santità della materia), ma in nessun modo alla trascendenza può sovrapporsi – determinarla, spiegarla, ridurla a una qualsiasi logica matematico-quantitativa. Tutte le volte che si crede di usare la scienza in questo modo, le si fa un cattivo servizio; la si espone a brutte figure, fantasticando teorie bizzarre che mentre portano la metodologia scientifica in vicoli ciechi, devono poi, proprio per mancanza di prove, fare appello alla nostra fede – e allora, caro Piero, tanto vale tenersi le madonne…
    Scusa la lungaggine.
    Ettore

    1. Caro Ettore,

      Io credo che, da prospettive e con linguaggi diversi, arriviamo a una visione non troppo distante. Io non ho molte capacità di pensiero metafisico, i concetti astratti mi mandano facilmente in confusione, ma credo di poter condividere quello che tu dici: “ la scienza è compresa nella trascendenza, NON la ricomprende”. Anch’io sono contrario all’idea che la scienza possa virtualmente spiegare tutto. A parte la constatazione della sua presunzione, che ha una lunga storia, dal positivismo e prima ancora, e che causa colossali errori di prospettiva, quello che ci divide è, quello che mi pare un certo antropocentrismo, che sposa l’idea di un rapporto privilegiato dell’uomo con Dio. A cui personalmente non credo, perché potremmo non essere le uniche creature intelligenti nell’universo e magari neppure sulla terra.

  2. Piero,
    Questo tuo sito, i tuoi pensieri e lo splendido modo con cui li esponi, è il frutto di anni di introspezione. Rispondo e scrivo perché la tematica è ovviamente affascinante e profonda, ma lo faccio di getto (come in tutte le mie cose) e quindi la confusione che c’è in me a tal proposito, trasparirà con evidente nitidezza. Ma so che lo accetterai, così come mi perdoneranno gli altri che leggeranno. Infine, per scrivere su questa materia, mi occorrerebbe tempo e serenità, due risorse di cui sono in deficit negli ultimi tempi. Poco importa, il dibattito è aperto e si farà.

    Sono nato anch’io in una famiglia catto-militare: i miei nonni materni, e mia madre, erano ferventi credenti. Dio e Fede non si discutevano. Mio padre era il contrario. Una delle cose che mi disse qualche mese prima di morire, l’ultima volta che ci vedemmo, fu: «Non c’è niente dopo la morte». So che della morte aveva paura, anche se a me non lo confessò mai, ma lo disse a una persona che poi me lo raccontò. Quello che teneva salda l’unione dei miei genitori era il “rigore”. In tutto, in ogni singolo aspetto della morale come della forma, nell’etica come nella sostanza. C’era del buono, forse dell’ottimo, in tutto ciò: quei valori sono ben radicati in me e ci ho fondato la mia vita. Però, fin da bambino mi ci rigiravo male. Tanto per fare un esempio, il concetto di “vita eterna” mi terrorizzava e mi teneva sveglio alla notte. Avrò avuto forse 6-7 anni, l’epoca in cui tu ed io, con tuo fratello Enrico, giocavamo in quel di Taranto vestiti come dei principini. Non riuscivo a materializzare visivamente il concetto di “sempre… all’infinito”. La ribellione al concetto di Dio e ai postulati della Chiesa arrivarono intorno ai 12 anni, forse anche poco prima, allorché fingevo di andare a messa e, invece, bighellonavo. Oltre che l’inquantificabile concetto della vita eterna, erano totalmente incomprensibili anche i “misteri”, gli atti di Fede, il concetto di Paradiso e Inferno, il peccato originale… rimbalzavano tutti sulla mia pelle come palline lanciate contro un muro in assenza di gravità: non smettevano mai di andare e tornare. Nel “rigore” era implicito anche il senso di colpa che, una volta generato, è stato come una pianta cresciuta di pari passo con la mia esistenza: radici profonde e rami altissimi. Forse più che una pianta fu una foresta.

    Con Dio ho avuto, e tuttora ho, un rapporto conflittuale: lo cercavo inconsciamente, ma le risposte illogiche, o la negazione della risposta attraverso il mistero, conducevano la mia “piccola logica” di essere umano assolutamente normale al suo rifiuto. Non per niente, alla riunione del cinquantesimo del Morosini, quando Oliva lesse ancune punizioni storiche, il riferimento a me fu: «Mondino, tre turni di consegna per aver bestemmiato». Non si insulta colui che non si ama semplicemente perché, se non lo si ama, allora lo si ignora. La mia orribile, e deprecabile, abitudine alla bestemmia – contratta come un virus attraverso non belle compagnie all’epoca della ribellione ai concetti di cui sopra – era l’altro aspetto del conflitto: «Ti cerco da sempre, ma tu non rispondi e non spieghi… mi fai vivere nei sensi di colpa, mi fai dire da terzi che ogni mio atto nelle cose che mi piacciono è fonte di peccato e di futura condanna… io non capisco e allora ti insulto. Se tu Dio non puoi essere fonte di chiarimenti, allora vattene. Sì, perché io ti vorrei, ma tu mi tieni in gabbia come una scimmietta allo zoo. Perché mi fai nascere già “guasto” in origine per poi punirmi se non mi riscatto in vita? Ma ché ti ho fatto per essere un prodotto difettoso che deve soffrire per diventare meritevole della tua accettazione in Paradiso se poi, alla fin fine, sei tu che mi hai creato imperfetto? E allora, se così è, perché tu sei perfetto se mi fai a tua immagine e somiglianza ma invece mi crei imperfetto e meritevole solo di sofferenza per elevarmi e liberarmi?»
    Non ci stavo.

    Ovviamente occorre fare un distinguo ben netto e chiaro fra Dio e le religioni, soprattutto fra l’Eterno e la religione cattolica concepita per questioni di “potere”. Per me un Politburo, una dittatura di qualunque colore sia, e la Chiesa Cattolica… sono facce di uno stesso potere: illudere gli umani per controllarli, manipolarli e arricchirsi (in termini di soldoni e di potere direttivo-organizzativo-politico). Inutile deviare ora su questo punto e attardarsi: credo che questo lo sappiamo già tutti. E poi, in definitiva, non è questo il punto del tuo sito e del dibattito. Serve solo a spiegare, soprattutto a me che spiritualmente sono un “anarchico”, il perché della mia ribellione e del mio conflitto con Dio che a me arrivò attraverso la parola di preti, sacerdoti, nonni, maestre elementari e via andare.

    Altro motivo di rifiuto al Dio che ci hanno insegnato: perché se è perfetto, eterno, magnanimo, e soprattutto Onnipotente ci crea lasciandoci nel caos delle ingiustizie umane? Trovo troppo facile e superficiale la risposta dei credenti, o delle istituzioni religiose, allorché distinguono tra la giustizia umana (assolutamente inesistente) e quella Divina, giusta, equa, infallibili e inflessibile. Perché “dopo” e non “prima”? Se Dio è buono e giusto, se è un Padre, perché lasciare l’umanità scannarsi come nessun animale in Natura fa, con atti di inenarrabile e inimmaginabile efferratezza? Perché lasciare che lo strapotere di alcuni uomini, congregazioni, organizzazioni possano fare del sopruso la regola per prevaricare tutto e tutti? Perché le gigantesche diseguaglianze sociali nei popoli e tra popoli? Non vado oltre per non tediare, ma lo stridore fra teoria e pratica, in quest’ambito, mi hanno sempre levato respiro, sospiro e soprattutto il “credo”.

    Eppure, nonostante tutto ciò e le mie vergognose bestemmie, in Dio voglio crederci. Attento bene, ho detto “voglio”, altrimenti dall’altro lato si aprirebbe un vuoto ancor più inesplicabile della vita eterna. Se non ci credessi potrei ignorare il “problema” nel modo più assoluto e quindi starei in pace. Ma in pace non sto, ergo voglio ancora credere.

    Ed ecco che una risposta arriva.
    Io mi sento più vicino alla filosofia quantistica, credo più facilmente nei 21 grammi di energia che sopravvivono a questa gabbia fatta di ossa, carne e nervi. Energia, questo è Dio per me. Evoluzione, attraverso l’energia in cui tutto si crea e nulla si distrugge. Un circolo di arricchimento dove ogni “21 grammi” riporta alla fonte tutto ciò che può, chi più e chi meno, senza sensi di colpa se qualcuno ha fatto, scoperto, ottenuto e riportato alla fonte più di me. Senza difetti di fabbricazione, senza colpe e solo con meriti, con libertà di pensiero e di azione. Alla sola condizione di non aver fatto male ad alcuno. Già… bene e male, due concetti discussi da ogni filosofo o fondatore di una qualsivoglia religione, ma troppo spesso anche utilizzati come catene morali.
    Energia, evoluzione: sono loro la sostanza di quel che siamo e saremo, sia su questo pianeta disatrato dal potere umano, come anche nel calderone a cui ritorneremo. Quando vedo bambini straricchi di energia, che fin da piccolissimi (ne ho uno in famiglia di 2 anni e mezzo che dimostra, annuncia e fa cose straordinarie) non posso non vedere lo Spirito Particolare che ha riportato sulla terra cose imparate attraverso precedenti esperienze e arricchite nello Spirito Universale da cui si è reincarnato. Eccolo il vero circolo eterno, ecco il vero Dio che ci presta un pezzo infinitesimale di sé nel nostro Spirito Particolare e ci lascia crescere attraverso l’uso della mente con la quale, quaggiù, possiamo sviluppare un qualcosa di speciale per poi riportarlo al pozzo di origine. Dio è Energia. Dio è Reincarnazione. E non è poca cosa se ci si pensa bene… è immensa.

    Se uno va a guardare bene, tutte le filosofie e religioni hanno un punto in comune: l’anima (o spirito). I 21 grammi di energia che restano altro non sono che “Lo Spirito Particolare che inizialmente scende in noi dallo Spirito Universale, ci anima per il periodo terreno, per poi ricongiungersi nuovamente allo Spirito Universale dopo la morte”. Se non erro, questo concetto fu addebitato ad Aristotele (ma qui scatta la mia ignoranza in termini di storia della filosofia e chiedo perdono a chi tale ignoranza farà rizzare i capelli). È il calderone di cui parli tu.

    E la scienza allora? È il controaltare all’Energia, con cui la Scienza convive alla perfezione e con cui si confronta nel processo di arricchimento. Noi umani, nel senso di neuroni, carne e ossa, non siamo tutti uguali. Che nessuno si offenda: io faccio parte di coloro che ne hanno “di meno” come preconizzò qualcuno all’ epoca del Collegio (omissis). Alcuni di noi hanno una mente più capace di esplorare, di avventurarsi nell’ignoto, di sperimentare, di creare, di spiegare e di capire, di andare “oltre”. Loro sono quelli che più fanno di ogni scienza un viatico per darci risposte, anche se un passo alla volta. E sono loro che poi riporteranno valigie voluminose e pesanti al “calderone” mentre altri, tra cui il sottoscritto, arriveranno con una semplice valigetta o una striminzita borsa da supermercato. Il ruolo della scienza è di riempire quei buchi anzi, voragini, a cui da ragazzino cercavo risposte. Grazie a loro, quei buchi non appaiono più i paurosi e inesplicabili misteri voluti dal clero, ma diventano motivo di credere che, nel ritorno allo Spirito Universale, anche chi ha meno contribuito si arricchirà per ritornare qui – quandunque sarà – più conscio e solido.
    Energia, Circolo di arricchimento, Reincarnazione. Voilà il sunto del mio pensiero.

    Concludo inserendo la pagina del Prologo al mio libro (che spero sia pubblicato presto) ove si vede il dubbio sul Dio da me appreso attraverso l’insegnamento cattolico e la ricerca di una spiegazione razionale al male, all’abuso, alla prevaricazione, in cui risalta la dicotomia che vedo tra “spirito e ragione”. Temi in cui Dio – non intervenendo – non mi ha mai dato un minimo di risposte, lasciandomi quindi un peso che, invece, il Quantum Theory riesce a sollevare.

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    Dio è uno e trino.
    Quando avevo circa sette anni, mia nonna Caterina, una pia donna che andava a messa ogni giorno all’alba e al vespro, si prese la briga di insegnarmi il catechismo. Era maestra alle scuole elementari del nostro paese, un piccolo centro agricolo dietro il quale si ergeva una solitaria montagna dalla vetta quasi perennemente innevata. Voleva che facessi la prima comunione al compimento del settimo anno, momento in cui, diceva lei, «si raggiunge l’età della ragione». Fiero di aver raggiunto quel traguardo, le chiesi quale fosse l’immagine di Dio. Volevo disegnarlo. Sorridendo, mi disse: «Il Triangolo, la figura geometrica perfetta per eccellenza. Ogni lato rappresenta una parte del mistero della Fede. Uno per il Padre, uno per il Figlio, uno per lo Spirito Santo.»

    In prima media e, a undici anni, scoprii la geometria. Il professore sosteneva che la figura perfetta fosse il cerchio. Con il compasso mi insegnò a farlo, spiegandomi che Giotto era riuscito a tracciarlo a mano libera, senza sbavature né errori. Contestai, citandogli gli insegnamenti della nonna. Mi rispose: «Il cerchio è perfetto perché può contenere tutto un triangolo senza lasciarne fuori alcuna parte, mentre il triangolo può contenere un cerchio più piccolo, ma i tre angoli restano esclusi.»
    A sedici anni scoprii di amare la navigazione notturna con il sestante, e cominciai a interessarmi di astronomia e a studiare le stelle. Nell’Universo tutto ruota, in forme circolari. Orbite, ellittiche o meno, ma pur sempre circolari. Pensai al professore di disegno e alla nonna e vidi una possibile contraddizione: «Se Dio, trino e triangolare sta dentro al cerchio, allora forse Dio è più piccolo dei circoli universali?»
    Questa è una storia (omissis)…
    Questa è una storia di tre circoli concentrici che girano, spinti ognuno dalla propria energia, ma che si alimentano e sostengono l’un l’altro in modo indissolubile e continuo.
    Questo è un romanzo tratto in massima parte da una storia vera e complessa, che affonda le sue radici in un tempo molto lontano. Una vicissitudine che ho vissuto sulla mia pelle. Una sequenza di fatti così sconvolgenti da modificare la mia vita, stravolgendone e capovolgendone canoni e tracciato; una ferita fisica e morale che mi tormenta da oltre un quarto di secolo in cui non sono riuscito a chiarire l’atroce dubbio se Dio stia dentro ai cerchi e, dunque, se essi siano più potenti dell’Eterno.

    1. Grazie prima di tutto del tuo intervento. Effettivamente, ti ricordavo vigoroso bestemmiatore al Morosini. Benché sia anch’io convinto del carattere essenzialmente religioso della bestemmia, c’è però da dire che il suo abuso le fa perdere il carattere originario di valvola di sfogo della frustrazione. Come si dice “quanno ce vo’, ce vo’”. E mi viene in mente un aneddoto di mio padre sul loro cappellano del San Marco, che, dopo avere fatto chilometri di marcia sotto il sole per raggiungere una località vicina agli avamposti della Linea Gotica, dove c’era una chiesa parrocchiale rimasta in piedi in un villaggio semi distrutto, una volta raggiuntola scoprì che era chiusa con un lucchetto, Imbestialito, si tolse lo zaino sbattendolo per terra e prorompendo in una bestemmia, del tutto inconsueta per un cappellano (ti devo mandare questi suoi ricordi).

      Vedo che anche tu tendi a giungere a conclusioni simili alle mie. Mi spiace che tuo padre pensasse che non c’è niente dopo la morte. Io penso sempre alle parole di Socrate: “ Poiché così è, ateniesi: temere la morte altro non è che credere di esser saggi senza esserlo, di sapere ciò che non si sa. Infatti, nessuno sa che cosa sia la morte, se per l’uomo il più grande dei beni; eppure tutti la temono come se fossero sicuri che essa è il più grande dei mali. E non è forse la più riprovevole ignoranza, questa, di credere di sapere ciò che non si sa?”

      1. Sì, certo, ma dai tempi del Morosini sono cambiate tante cose e atteggiamenti. Ho semplicemente voluto darti un quadro partendo dalla genesi e, dunque, dalla gioventù.

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